La stanchezza dell’anima: quando la performance prende il posto della libertà

La società della stanchezza è la conseguenza della positivizzazione della società, una società obesa, con un eccesso di stimoli, informazioni e competizione.

Non riusciamo a sostenere i suoi ritmi e la gara non è più con l’altro, ma con noi stessi.

Il libro di Byung – Chul Han, filosofo e autore sud coreano dipinge con lucido pessimismo alcuni tratti della società in cui viviamo, caratterizzata dall’iper produttività e dall’eccesso di comunicazione.

La società del passato era la società dell’obbligo e del divieto.

Questa è la società della prestazione. Al dovere e alla legge subentrano il progetto, l’iniziativa e la motivazione.

“L’inconscio sociale passa dal dovere al poter fare.”

Il poter fare illimitato ha creato una gara con noi stessi, in cui il tempo di lavoro è il tempo totale e le alternative possibili alla nostra corsa sono recuperare l’attenzione profonda, la festa e il gioco come tempo essenziale in cui vivere con intensità.

Due tipologie di stanchezza

L’eccesso di stimoli e di azione genera stanchezza. Ma è una stanchezza solitaria, agisce isolandoci gli uni dagli altri, è una stanchezza che divide. C’è un altro tipo di stanchezza che è invece positiva e viene definita stanchezza fondamentale. È una condizione che ispira e consente all’animo di svilupparsi e fare meglio. La stanchezza fondamentale abitua l’essere umano a un particolare abbandono, a un quieto non fare.

È la stanchezza del noi.

È una stanchezza che è capace di dire no. Noi invece siamo pervasi dal poter fare illimitato.


Soggetti di affermazione

Oggi siamo soggetti di affermazione. Prima Il lavoro consisteva nell’adempimento di un dovere. Oggi il soggetto di prestazione tardo moderno non si dedica ad alcun lavoro obbligatorio.

Le sue massime non sono obbedienza, legge e compimento del dovere, ma libertà, libera volontà. Si aspetta di ottenere dal lavoro soprattutto il piacere e di non dipendere dal comando dell’altro. Si svincola dall’altro.

Non lavoriamo più costretti da qualcuno, ma da noi stessi. Oggi facciamo concorrenza a noi stessi, cerchiamo di superare noi stessi, finché non crolliamo. Il burnout è la conseguenza di uno sfruttamento volontario.


Il nuovo campo di lavoro

Nel passato era possibile una distinzione tra lavoro e non lavoro. Oggi pc e smartphone sono il nostro nuovo campo di lavoro. Questo campo ha una particolarità: siamo allo stesso tempo guardiani e detenuti, vittime e carnefici, padroni e servi.

Lo sfruttatore è sfruttato.

L’autosfruttamento è più efficace dello sfruttamento perché si accompagna all’illusione di libertà

Assenza di gratificazione

L’obbligo prestazionale ci costringe a realizzare sempre più prestazioni, così che non arriviamo mai allo stadio tranquillizzante della gratificazione. Viviamo sempre in un sentimento di mancanza e di colpa.

Viviamo nella sensazione di non aver mai raggiunto uno scopo. Lo scopo non viene evitato intenzionalmente, non si presenta mai.


Le relazioni digitali

I nuovi media e i sistemi di comunicazione in cui siamo immersi ci connettono ma noi non siamo più capaci di creare dei legami intensi.

L’ego tardo moderno impiega la maggior parte dell’energia libidica per se stesso. Il resto viene suddiviso tra contatti in costante aumento e relazioni fugaci.

“Gli amici nella dimensione digitale servono ad incrementare l’autostima narcisistica e sono una massa plaudente che dona attenzione all’ego, esposto come una merce.”


Recuperare la vita contemplativa e la “festa”

Alla base della nostra isteria e della nostra stanchezza c’è la perdita della vita contemplativa, di quell’ascolto e quel silenzio  che sono una prima soluzione che il filosofo propone per recuperare un legame con se stessi e il mondo.

“Assuefare l’occhio alla calma, alla pazienza, al lasciar venire a sé, abituare l’occhio all’attenzione profonda e contemplativa, a uno sguardo lento e prolungato.

Non basta decelerare, abbiamo bisogno di una nuova forma di vita, dalla quale possa emergere una nuova narrazione. Anche la pausa e le vacanze  fanno parte del lavoro, perché ci permettono di riposare ma per lavorare meglio.

Dobbiamo recuperare anche la festa, il gioco, come tempo solenne, intenso, in opposizione al tempo di lavoro, come tempo vuoto che va riempito.


L’analisi di Han, tra filosofia e sociologia, è perentoria, forse troppo amara e senza sfumature, ma contiene molte riflessioni utili per interpretare meglio il nostro contesto, il nostro rapporto con il lavoro, con la tecnologia che ha cambiato anche la relazione con gli altri.

Nella nostra corsa, ci illudiamo che l’iperattività ci dia la libertà. Ma la libertà nasce dal silenzio, dalla contemplazione, dall’attenzione profonda e dall’ascolto di sé e del mondo che dobbiamo recuperare.

Non è importante solo agire, ma anche saper non fare per evitare che

“L’eccessivo aumento di prestazioni ci porti all’infarto dell’anima”.

Il mio invito

Se vuoi che il lavoro sia un luogo di crescita e realizzazione, e vuoi trasformare le sfide in opportunità, parliamo.

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