Vuoi davvero che il tuo team cresca? La domanda cui i leader faticano a rispondere con onestà

C’è una domanda che faccio spesso in aula, verso la fine di una giornata di lavoro, quando le persone sono abbastanza stanche da abbassare la guardia.

La faccio ai manager, ai team leader, a chi ha la responsabilità di guidare altre persone.

La domanda è questa: quanto sei davvero disposto a vedere le tue persone diventare più brave di te?

Il silenzio che segue dice già molto.

La risposta che tutti danno e quella che pensano davvero

In aula la risposta è quasi sempre la stessa: “Certo, voglio che crescano. Per questo sono qui.”

Ed è vera. Nel senso che chi la dice ci crede davvero, almeno in quel momento.

Ma c’è un’altra domanda che segue, più precisa e più scomoda: quanto sei disposto a vedere le tue persone diventare più visibili, più riconosciute, più apprezzate di te? A vederle superarti, magari ottenere opportunità che pensavi fossero tue?

Qui il silenzio dura un po’ di più.

La gelosia nei confronti di chi guidiamo è uno dei freni più potenti alla leadership. Ed è anche uno dei più umani, per questo quasi nessuno ne parla. Non nelle riunioni, non nei percorsi di formazione, non nelle conversazioni ufficiali. Ma è lì, silenziosa, e condiziona ogni scelta: chi si coinvolge in un progetto importante, a chi si dà visibilità, chi si lascia crescere davvero e chi si tiene, inconsapevolmente, in una posizione subordinata.

La mentalità che blocca tutto

C’è una convinzione diffusa, raramente esplicita, che suona più o meno così: a lavoro devo realizzarmi io. La crescita degli altri non è un mio problema, anzi, se crescono troppo, diventano una minaccia.

È la logica della scarsità applicata alle persone. L’idea che il riconoscimento, la visibilità, il valore siano risorse limitate e che se ne dai agli altri, ne hai meno per te.

Il problema è che questa logica, portata avanti da chi guida un team, produce esattamente il contrario di quello che promette. Un leader che trattiene le persone per paura di essere superato non diventa più sicuro, diventa più fragile. Costruisce un team che non cresce, che non si fida, che impara in fretta a non esporsi, perché ha capito che esporsi non conviene.

L’alternativa non ha niente a che fare con l’altruismo, ma piuttosto con la strategia.

Quando le persone intorno a te crescono, cresci anche tu. Il tuo valore come leader non si misura su quello che sai fare, ma su quanto riesci a far emergere negli altri. Un team forte non riduce il tuo peso specifico, lo aumenta.

Il manager come coach: cosa significa davvero

Negli ultimi anni si parla molto del manager come coach, di chi guida non solo assegnando compiti, ma accompagnando le persone a trovare le proprie risorse.

È un’idea giusta, ma sottende un presupposto che raramente viene esplicitato: funziona solo se a te importa davvero della crescita di quella persona.

Puoi imparare tutte le tecniche di coaching del mondo, ma se sotto c’è la paura di essere superato, quella paura arriva, le persone la sentono. La percepiscono nel modo in cui ricevono un feedback, nel modo in cui vengono o non vengono coinvolte, nel modo in cui i loro risultati vengono presentati — o non presentati — agli altri.

Il coaching è prima di tutto un atteggiamento, uno stato mentale. E quell’atteggiamento nasce da una sola cosa: la convinzione genuina che la crescita di chi guidi sia un tuo successo, non una tua perdita.

Cosa cambia quando la mentalità cambia

Ho visto manager trasformare team interi non con nuovi processi o strumenti, ma semplicemente smettendo di trattenere.

Smettendo di tenere per sé le informazioni strategiche. Smettendo di presentare i risultati del team come propri. Smettendo di scegliere sempre le stesse persone per i progetti che contano. Smettendo di fare da filtro tra le loro persone e il resto dell’organizzazione.

Quando un leader inizia a pensare “come posso fare in modo che questa persona sia vista?” invece di “come faccio a restare indispensabile?”, succede qualcosa di preciso: le persone si aprono. Lavorano con più energia. Si fidano. E quella fiducia, nel tempo, diventa il fondamento su cui tutto il resto regge.

È il risultato di una scelta, ripetuta ogni giorno, in ogni decisione, anche la più piccola.

La domanda che vale la pena farsi

La differenza tra un manager e un leader sta spesso qui: nella capacità di trasformare la paura di essere superato in desiderio genuino di vedere crescere le proprie persone.

Non è per tutti. E non c’è nulla di male nell’ammetterlo, a patto di farlo con onestà, invece di nasconderlo dietro frasi come “voglio che crescano” smentite dal comportamento quotidiano.

La domanda che ti lascio è la stessa che faccio in aula, quella che produce il silenzio più lungo:

Se una delle tue persone diventasse più brava, più visibile, più riconosciuta di te, come ti sentiresti davvero?

La risposta non la devi dare a me, ma a te stesso.


Questo post chiude una serie sulla crescita dei collaboratori e la leadership consapevole.

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